Gli incontri che abbiamo chiamato “A cavallo con Astarte, un viaggio iniziatico nelle dimensioni del Sé” sono i cardini di un cammino che stiamo compiendo un passo dopo l’altro, un anno dopo l’altro, e che ci stanno portando a riscoprire riti, culti, misteri connessi alla divinità femminile. Questa divinità femminile a cui possiamo genericamente dare il nome di Dea, oggi possiamo definirla come una Guida Spirituale, che si riconosce nel nome di Astarte, uno dei nomi di Athirat, nativ
a della città di Ugarit in Siria, chiamata anche Inanna nella regione tra il Tigri e l’Eufrate.

Quanta complessità e ricchezza in questa figura che non era una “Dea” come oggi noi possiamo intenderla, dopo 20 secoli di egemonia del Dio maschile delle religioni monoteiste, che ha stretto alleanze esclusive con diversi popoli “fedeli”, poi inevitabilmente finiti in guerra tra di loro. La divinità femminile era composta di “aspetti” di luce e di ombra, di “stati” o  “fasi” dell’Essere che oggi chiameremmo “universale”, che transita incessantemente dall’Immortalità all’impermanenza.

I riti di passaggio, di ringraziamento, le offerte e non i sacrifici, gli incontri sacri, le celebrazioni, non venivano fatte per scopi di “convenienza”, cioè per ottenere i favori delle forze spirituali o per sedurle e farsele complici nelle guerre per la supremazia e il mantenimento di un rappresentante del potere piuttosto che un’altro. L’incontro con la divinità era sempre “intimo” , anche se mediato da donne che dedicavano la loro vita a seguire il cammino dello spirito e “incorporavano”, cioè comprendevano “prendevano in sé”, il Mistero, senza una legge, senza una teoria, senza una tradizione scritta, ma grazie alla loro ” connessione”, alla loro “pratica”, al loro ascolto, alla loro capacità di guarire e vivere il mondo invisibile, per Amore Puro. Queste donne furono poi chiamate “sacerdotesse”, arrivando fino a noi con questo nome scritto nella storia dell patriarcato, che si sostituì alle società matrifocali.

Il termine “sacer” dal lat. sacerdos -otis, comp. di sacer ‘sacro e della radice indoeuropea *dhe- di facĕre ‘fare’ è improprio per descrivere quell’epoca primordiale, tanto quanto lo è il termine Dea. Perché chi era “a servizio” della divinità non era un Ministra, non presidiava un ministero del culto, non si rifaceva a una traccia scritta, ma ad una lingua tramandata oralmente dalle nonne che, come la poesia e la musica, era sempre in costante mutamento, pur rimanendo fedele all’Essenza, che potremmo definire come “Verità”. La lingua dello Spirito era ed è ancora oggi quella dei simboli, le altre scritture sono solo interpretazioni, sono una “prosa” utilizzata per stabilire una forma, una legge. Probabilmente risale a un momento in cui il rinnovamento, la metamorfosi, il cui simbolo è il serpente che cambia pelle, che rappresenta la conoscenza divina femminile, è stato messo da parte, vuoi con a strategia, vuoi con il ricatto, vuoi con il dolore provocato da abusi e violenze. Da quel “vuoto” sono nati i culti “esoterici” o “iniziatici”, trascrizioni di tradizioni che erano un oceano in movimento di forme, nelle mani di sapienti anziane che maneggiavano una “scienza” chiamata “Magia” che non era altro che la conoscenza dell’Energia – degli umori – delle trasformazioni – dei luoghi alti e degli abissi – della Madre, cioè Madre Terra, il pianeta che ci ha generato e di cui siamo un’espressione “celeste”.

Certo il campo è ancora irto di macerie, di rotture, di resti di templi bruciati, di luoghi difficili da raggiungere fisicamente, intellettualmente e anche energicamente per noi, che siamo – che lo vogliamo o no- figlie del patriarcato, quindi appesantite, pigre, sfiduciate. Quel patriarcato che è andato raffinandosi ed specializzandosi nei suoi strumenti di oppressione e manipolazione fino a confondersi con i nostri stessi strumenti di liberazione. Ma spiritualmente il Cielo è ancora intatto, anche se è proprio dalla parte spirituale che hanno cominciato a rovesciare i significati. Il Cielo non si può intaccare, e le nostre Guide sono sempre lì, al di là dei nostri ostacoli. Questa è la buona notizia: che il cammino antico si sta di nuovo aprendo, noi ne siamo testimoni, ed abbiamo imparato che è fondamentale cambiare atteggiamento verso la nostra stessa sofferenza, abbiamo imparato che solo trasformandola possiamo uscire dalla cecità dell’ego, grande ostacolo della nostra epoca al contatto puro con la Fonte.

Un cammino antico allora si apre per ognuna, un cammino in cui le antiche mani che hanno tessuto quel Mondo possono essere le nostre mani, ancora creatrici dei nostri sogni, il contatto intimo con il nostro sangue mestruale, la nostra intuizione, la certezza e la giustizia. che va oltre le nostre stesse incarnazioni e di cui noi siamo solo un veicolo. Questi nove incontri sono un percorso per cambiare atteggiamento e conoscersi di nuovo, o nascere due volte, come dice Astarte.